“Lungo viaggio verso la notte” (titolo originale “Long Day’s Journey Into Night”), in scena al teatro Argentina dal 4 al 15 febbraio, è considerato uno dei capisaldi della drammaturgia americana, ma è soprattutto il dramma autobiografico di Eugene O’Neill che ci parla della sua stessa famiglia, in un viaggio a ritroso, drammatico e doloroso, nella notte della sua infanzia e adolescenza senza affetto. Nel raccontare la storia egli ha aperto, in certo qual modo, l’armadio dov’erano racchiusi gli scheletri di famiglia che erano ancora lì, vivi, a ricordargli come pesa la complessa eredità famigliare e quanta fatica costa trovare se stessi.
Questo dramma, magistralmente recitato, è la “fotografia” esasperata di una famiglia in crisi, dove amore e odio si intrecciano in modo inestricabile. Racconta la storia della famiglia Tyrone, vissuto tra le pareti di una casa estiva borghese del Connecticut durante l’estate del 1912, mostrandone i conflitti, le dipendenze ed i segreti. Tutto si svolge nell’arco di una tormentata giornata nebbiosa, dall’alba al calar della notte, appunto attraverso un lungo “viaggio” verso la notte, un viaggio verso un fallimento senza riscatto.
La loro sembra una famiglia unita, in realtà è una “famigliaccia” attraversata da grandi sofferenze e incomprensioni, ogni personaggio è sporco e marcio dentro ed ha una dipendenza da affrontare, tutti hanno qualcosa di doloroso e offensivo da dire e si urlano in faccia, l’uno contro l’altro, la propria disperazione e la propria solitudine, vivono in un continuo scambio di violenza verbale e tenerezza disperata, colpevolizzandosi a vicenda per le proprie miserie fisiche e morali. O’Neill porta in scena rancori irrisolti, rimpianti e colpe reciproche, creando un’atmosfera di sofferenza palpabile.

Il padre, James Tyrone(Gabriele Lavia), un ex-attore ricco ossessionato dalla povertà, che ha sprecato il suo talento e che si rifugia nell’alcool; la madre, Mary (Federica Di Martino), una morfinomane che nella droga ha consumato la sua vita e gli affetti; il figlio maggiore, Jamie (Jacopo Venturiero) che vede lucidamente la situazione, ma tutto quello che sa fare è consumarsi nell’alcool e nei bordelli; il figlio minore, Edmund (Ian Gualdani), tubercolitico, che fa scatenare in fondo il senso di quella lunga giornata verso la notte; infine c’è Cathleen (Beatrice Ceccherini), la cameriera, l’unico personaggio positivo e solare della vicenda.
La loro casa è rappresentata realisticamente, come una gabbia fisica e mentale, una trappola emotiva che viene percepita subito come un ambiente essenziale e claustrofobico, in cui i quattro protagonisti si muovono piegandosi e facendosi largo tra le inferriate, senza mai provare a liberarsi. Ed è proprio la scenografia il valore aggiunto dello spettacolo.
Ideata da Alessandro Camera, non lascia alcun scampo a fraintendimenti: in un vecchio salotto con mobilia improvvisata e un piano scordato, tappeti sparpagliati per tutto il perimetro del palco e due altissime librerie piene di volumi, i personaggi rimangono ingabbiati all’interno della narrazione, in un’atmosfera austera, cupa e stantia. La bellissima scena è infatti recintata come una sorta di prigione, in cui restano intrappolati con le loro angosce e il loro mal di vivere che sembra non trovare soluzione.
Nel clima soffuso e quasi tenebroso delle luci di Giuseppe Filipponio, dove un paio di lampade da salotto e un lampadario acceso di rado enfatizzano il buio (metafora della notte dell’anima) e il senso di precarietà, è facile finire per immergersi nella storia della famiglia Tyrone in cui non c’è percezione di una ventata d’aria fresca, né un barlume di speranza.
Tutti i personaggi suscitano una profonda pena, sentimento che Lavia con la sua attenta regia sa mettere in primo piano rendendola coinvolgente al punto da smuovere la sensibilità dello spettatore. Con un profondo lavoro di tagli rispetto l’opera originale, Lavia si immerge con un’intensa analisi nella dolorosa intimità della famiglia Tyrone, facendo emergere su tutto la voce, il gesto, l’unità di tempo e spazio, l’architettura scenografica per riportare in superficie tutta l’attualità dei contenuti di un testo (seppure scritto nei primi anni Quaranta) che è un’amara confessione focalizzata sul fallimento delle relazioni familiari ed affronta temi quali le dipendenze, i rimpianti, l’incomunicabilità, in un “viaggio all’indietro nella memoria”, nelle dinamiche familiari distruttive, nell’anaffettività, nelle violenze espresse o sottaciute.
Temi che sono ancora oggi forti e sconcertanti, rappresentando di per se stessi la crisi dell’epoca in cui viviamo, e che fanno di questo dramma un’opera-confessione che, in buona sostanza, mette a nudo la fragilità umana. Tutta la forza del testo di O’Neill, infatti, risiede nella sua straordinaria capacità di esplorare il dolore umano con sincerità, rendendolo una riflessione senza tempo sulle dinamiche familiari, sulle illusioni e sulle ferite che non si rimarginano mai.
Alla sapiente ed attenta regia si aggiunge una recitazione pregevole di un cast solido che sa passare dai toni pacati a quelli bruschi che accompagnano la violenza verbale propri del personaggio interpretato, per cui si resta assorbiti dal ritmo dei dialoghi, via via sempre più aggressivi, cupi e disperati, in un clima di rassegnazione che non lascia spazio all’immaginazione e che trasforma la confessione teatrale in una verità dolorosa e tangibile. Tutto ciò nel rispetto assoluto del testo, con l’intento di delineare i meccanismi di scontro e crisi che muovono i quattro personaggi in un continuo e feroce procedere verso l’abisso del dolore.