La figura di Rudolf – intellettuale musicologo ossessionato da un saggio su Mendelssohn Bartholdy che da dieci anni non riesce nemmeno a iniziare – è resa in modo eccellente da Roberto Trifirò nell’adattamento teatrale del racconto del 1982 di Thomas Bernhard, Cemento.
Il rischio di una caricatura grottesca o tragicomica è evitato grazie a una recitazione attenta e puntuale: emerge l’archetipo credibile di un intellettuale avulso dalla realtà, autorecluso nella sua torre d’avorio o, meglio, di cemento. Quel perenne rimuginio mentale, nato da un carattere cinico e aspramente critico verso il mondo esterno (sorella, società, persino i cani), ipocondriaco e autocritico fino al masochismo, lo intrappola. La sua intelligenza, che analizza ogni cosa con fredda lucidità, gli impedisce di vivere e, soprattutto, di cogliere l’umiltà necessaria per capire chi soffre.
Quando si imbatte in un dramma reale – la giovane Anna, che perde il marito e poi si suicida – Rudolf non prova un briciolo di compassione. Riporta tutto a sé, alla propria infelicità (di grado “inferiore”, si compiace), giustificando così la sua misantropia e il fallimento, soffocato da un io ipertrofico e ossessivo. L’intellettuale che si crede superiore alla banalità del mondo soccombe affogato nelle sue stesse parole, nei rancori e nell’abitudine ad assolversi: il mondo non è fuori, ma dentro di lui. Scrivere il saggio, lavorare nel proprio orticello, cercare velleitari meccanismi astratti – a volte apotropaici – per motivare il suo “alto compito” non è che il frutto di un asfissiante solipsismo ipnotico.

Il lavoro è attuale, come dice lo stesso Trifirò, che ha curato l’adattamento drammaturgico e la regia (con l’assistente Alessio Boccuni): «Cemento è un’autopsia del nostro presente». È l’amara descrizione, aggiungiamo noi, di una certa maggioranza (poco intellettuale), non tanto silenziosa, quanto spocchiosa, individualista, chiusa nel proprio particulare, che ha perso contatto con la realtà altrui.
Nella messinscena, Anna (Priscilla Cornacchia, voce di Marta Lucini) è un’ombra tragica che si muove dietro le quinte e che Rudolf intuisce appena. Qualcosa forse scatta in lui visitando la tomba al cimitero di Palma di Maiorca, ma qualsiasi sentimento estraneo resta un’intrusione inconcepibile. Le cinque scrivanie identiche ma separate da tramezzi (scene di Gianni Carluccio) incarnano l’ossessione dello scrittore, la sua prigione mentale. Chi osserva i suoi rovelli, però, non prova pietà, ma riconosce la sua disumanità, la sua insensibilità, e, in certi casi, purtroppo, vi si rispecchia.