
Il recital di Sir András Schiff al Teatro della Pergola, per gli Amici della Musica di Firenze, si è configurato come un viaggio nel cuore della tradizione tastieristica europea, guidato da una delle personalità interpretative più autorevoli del nostro tempo. Un concerto costruito come un arco ideale che, partendo da Johann Sebastian Bach, ha attraversato il classicismo viennese per approdare alle soglie del romanticismo, restituendo un’idea di continuità storica e spirituale suggestiva.
Come avviene ormai regolarmente da dopo la pandemia, Schiff ha annunciato il programma direttamente dal palco, scegliendo i brani in relazione allo strumento e alla sala. Una prassi che non ha nulla di estemporaneo, ma riflette una concezione profondamente meditata dell’atto interpretativo, in cui la musica nasce dall’ascolto dello spazio e del silenzio prima ancora che dall’esecuzione.
L’apertura con l’Aria delle Variazioni Goldberg di Bach ha subito definito il clima della serata. Schiff l’ha eseguita come un gesto originario, con un fraseggio ampio e naturale e un controllo del tempo che sembrava dilatare la percezione dell’ascolto. Sullo Steinway di Amburgo, utilizzato per l’intera prima parte, il suono si è mantenuto chiaro, sobrio, quasi ascetico, coerente con una lettura che privilegiava la struttura e il respiro del discorso musicale.
Il Capriccio sopra la lontananza del suo fratello dilettissimo BWV 992, pagina giovanile e sorprendentemente narrativa, ha rivelato un Bach già capace di pensare in termini drammaturgici. Schiff ne ha messo in luce i diversi affetti senza indulgere in descrittivismi, lasciando emergere la tensione emotiva sottesa alla partitura, in un equilibrio raro tra rigore e partecipazione.
Con la Sonata K. 570 in Si bemolle maggiore di Mozart, il discorso si è spostato verso un classicismo di estrema misura ed eleganza. L’interpretazione, mai galante, ha evidenziato la solidità formale della scrittura e una cantabilità contenuta, soprattutto nell’Adagio centrale, dove il tempo sembrava sospendersi in un lirismo trattenuto. Ancora più sorprendente è stata la Giga K. 574, omaggio mozartiano a Bach, restituita da Schiff come una pagina spigolosa e quasi visionaria: un Mozart che guarda indietro, ma anche vertiginosamente avanti, in un silenzio della sala denso e partecipe.
Il ritorno a Bach con la Suite francese n. 5 BWV 816 e la Fantasia cromatica e Fuga BWV 903 ha ribadito il ruolo del Kantor di Lipsia come asse portante dell’intero programma. Nella Fantasia, Schiff ha evitato ogni gesto virtuosistico, costruendo un discorso teso e coerente, culminante in una Fuga di impressionante chiarezza polifonica. Il Concerto italiano BWV 971 ha chiuso la prima parte con una straordinaria illusione orchestrale, ottenuta non attraverso la forza sonora, ma grazie a un magistrale controllo delle articolazioni e dei piani dinamici.
Dopo l’intervallo, il cambio di pianoforte, dallo Steinway al Bösendorfer viennese, ha segnato una netta trasformazione timbrica. Il suono più scuro, caldo e avvolgente del Bösendorfer si è rivelato ideale per il repertorio della seconda parte, inaugurata dalle Sei Bagatelle op. 126 di Beethoven. Schiff le ha affrontate come frammenti di un unico discorso, mettendone in luce il carattere aforistico e sperimentale, lontano da qualsiasi retorica espressiva.
Il primo dei Tre Klavierstücke D. 946 di Schubert ha rappresentato uno dei momenti più intensi della serata. Qui il pianista ha abitato il tempo schubertiano con naturalezza, lasciando affiorare la malinconia e l’inquietudine senza mai forzarle, in un equilibrio sottile tra canto e frattura. Il timbro del Bösendorfer ha amplificato la dimensione elegiaca del brano, conferendogli una profondità quasi vocale.
I bis hanno prolungato il clima raccolto della conclusione: l’Improvviso op. 90 n. 3 di Schubert, intimo e confidenziale, e il Valzer n. 3 in La minore di Chopin, hanno chiuso la serata con una malinconia lieve e consapevole.
Accolto da applausi calorosi, Sir András Schiff ha confermato alla Pergola la sua statura di interprete capace di trasformare il recital pianistico in un’esperienza di ascolto profonda, in cui la gentilezza del gesto e la classe del pensiero musicale trovano un raro punto di equilibrio. Un concerto che ha ricordato, ancora una volta, come la musica, prima di essere suono, nasca dal silenzio.