Un palazzo osserva. Trattiene. Sorveglia.
È fatto di corridoi, sigarette consumate a metà, silenzi istituzionali che pesano più delle parole. La grazia di Paolo Sorrentino prende forma qui, dentro un’architettura che non accoglie ma comprime, che non protegge ma isola. Al centro, un uomo al termine del suo mandato e forse della sua idea di sè: il Presidente della Repubblica Mariano De Santis, interpretato da Toni Servillo, figura grigia per scelta, giurista di ferro, corpo irrigidito in una liturgia del dovere che ha smesso da tempo di interrogarsi sul senso dei giorni.
Dopo il ritorno intimo e autobiografico ai luoghi dell’infanzia napoletana, Sorrentino rientra a Roma e nelle stanze del potere. Ma lo fa senza barocchismi, senza compiacimenti visivi. La regia è lineare, trattenuta, quasi severa. La palette cromatica vira verso toni spenti, prossimi a Il Divo, ma privi di quell’energia iconica e onirica: qui tutto è più dimesso, più asciutto, più stanco, più reale. È un cinema rarefatto, dove l’impercettibile supera il virtuosismo, e il silenzio vale quanto un monologo.
Il palazzo delle istituzioni diventa una prigione mentale e morale. Un luogo che archivia e rallenta. Non a caso una delle battute più emblematiche del film riguarda proprio la burocrazia: «tutti la detestano perché è lenta, ma serve proprio a questo. A non prendere decisioni affrettate». È una dichiarazione di poetica, oltre che di pensiero politico. In La grazia il tempo non accelera mai: si deposita, si accumula, pesa. Come i quarant’anni di un dubbio privato, mai risolto, legato al tradimento della moglie, rimasto senza nome e senza volto. Un’assenza che paralizza più di una colpa nominata.

È qui che il film assume, progressivamente, un tono metafisico. Non dichiarato, ma percepibile. De Chirico viene citato esplicitamente e alcune inquadrature sembrano dialogare con i suoi spazi sospesi, con quell’immobilità carica di attesa che trasforma l’architettura in stato d’animo. Il palazzo diventa così una geometria mentale, un luogo che cristallizza il tempo e il pensiero. Non a caso il protagonista è soprannominato “cemento armato”: una corazza, una roccaforte costruita per reggere il peso del ruolo più che per difendersi. La grazia racconta la lenta ricerca di una via d’uscita da questa immobilità. Non una fuga, ma un allentamento. Un cedimento controllato, che arriva con misura, come il personaggio stesso, e che prepara il terreno a una possibile trasformazione.
La questione pubblica e quella intima si riflettono l’una nell’altra. Il Presidente è chiamato a decidere se concedere la grazia a uno o più detenuti e a firmare la legge sull’eutanasia: qui che il film trova il suo vero nucleo morale. Non c’è dibattito ideologico, non c’è proclama. C’è una domanda, semplice e devastante, che la figlia gli pone e che attraversa tutto il racconto: «di chi sono i nostri giorni?». In quel momento il film smette di parlare di istituzioni e comincia a interrogare la vita stessa, il diritto di disporne e il peso del dovere quando entra in conflitto con la coscienza.
Attorno alla figura centrale di Servillo orbitano personaggi secondari solidi, mai ornamentali. Anna Ferzetti è una figlia che scardina con delicatezza l’immobilità paterna; Milvia Marigliano, nei panni dell’amica di sempre, la scintillante Coco Valori, incarna una memoria affettiva che resiste al tempo e alle cariche. Orlando Cinque e Massimo Venturiello restituiscono con misura l’opacità dei ruoli istituzionali. Nessuno ruba la scena, tutti contribuiscono a un equilibrio fatto di contrappunti e risonanze, come in una partitura ben calibrata.
E poi c’è Toni Servillo e la sua maschera repressa. Ancora una volta perno assoluto del film. La grazia è lui. Non per sovraesposizione, ma per densità. La sua è un’interpretazione tutta interna, giocata sul dettaglio: uno sguardo che si accende e subito si ritrae, un sopracciglio che tradisce un dubbio, una pausa che pesa più di una battuta. Apparentemente calmo, il personaggio è in realtà una superficie tesa, costantemente vigile. Un lavoro di cesello il suo, mai dimostrativo.
In una battuta apparentemente marginale, quando il Presidente afferma che non saprebbe mai vestirsi in modo eccentrico (con giacca rossa e pantaloni bianchi), si intravede un’ironia sottaciuta, quasi una mise en abyme: Servillo che nega Jep Gambardella, e proprio così lo evoca. Un’autocitazione consapevole, che mette in dialogo due maschere lontanissime interpretate dallo stesso attore. Qui si coglie tutta l’eleganza della scrittura sorrentiniana. Toni Servillo non è solo un attore ricorrente: è un alter ego, come Mastroianni per Fellini, capace di incarnare visioni del mondo opposte senza mai confonderle.
La grazia non cerca l’estasi né lo scandalo, ma raggiunge ugualmente emozioni interiori forti. Rifiuta il sogno, sceglie il grigio. In questa rinuncia trova una forma di rigore nuovo, quasi ascetico. E quando arriva la domanda decisiva, «di chi sono i nostri giorni?», il film smette di essere un racconto sul potere e diventa qualcos’altro: una sottrazione, un gesto minimo e necessario, in cui il dubbio non paralizza ma salva, e l’uomo si concede finalmente il lusso fragile e irripetibile di essere umano.