
Sintetizzare in poco meno di 2 ore la lunga e prolifica carriera di uno dei più grandi maestri della musica italiana è impresa ardua, ma, se oltre al lato artistico si volesse indagare approfonditamente anche il suo percorso mistico-spirituale, allora l’impresa diventerebbe davvero impossibile. Il regista Franco de Maria tuttavia riesce a realizzare un film quasi perfetto, abbandonando ogni tipo di didascalismo enciclopedico che avrebbe appesantito la narrazione, a vantaggio di una sintesi che si concentra sulle tappe salienti della vita del Maestro a partire dalla sua infanzia siciliana fino all’epilogo che lo vede nuovamente nella sua terra d’origine.
Nel mezzo a questa parabola che è stata la sua esistenza terrena, abbiamo i suoi sogni, le sue aspirazioni, il suo modo di fare musica ed il suo continuo domandarsi: “chi sono io?”, “qual è il mio vero scopo su questa Terra?”. Perché questo è stato realmente Franco Battiato, un profondo ricercatore dell’Io, un mistico che ben si differenziava dai suoi coevi colleghi musicisti e la sua musica altro non era che un tramite per giungere a qualcosa di Superiore.
Quando si trasferisce a Milano ed inizia la sua carriera il suo approccio iniziale con le composizioni, può sembrare nichilista e decostruttorio ma se dal punto di vista prettamente estetico (capelli cotonati, vestiti da rock star anni ’70) poteva sembrare un qualsiasi membro di una delle tante band di progressivo di quegli anni, dal punto di vista prettamente artistico non si ferma al semplice rifiuto ed alla decostruzione degli stilemi melodici preesistenti ma inizia subito una ricerca di forme estetico-artistiche sempre in divenire mentre il suo apparente nichilismo iniziale si riduce soltanto al rifiuto dell’utilizzo della sua immagine presa a sua insaputa per una sponsorizzazione di divani.
La sua sete di conoscenza traspare in quasi ogni momento della narrazione anche se, purtroppo, l’aspetto prettamente spirituale viene relegato in secondo piano. Del resto però, stiamo parlando di un film con i suoi tempi diegetici ristretti e non di una serie tv dove si sarebbe potuto approfondire ogni aspetto con minuzia.
Dal mio punto di vista, ho trovato giusta la scelta di procedere per tappe: infanzia; esordi con la sua fase sperimentale; cambianento e difficoltà derivate dal primo approccio pop con “L’era del cinghiale bianco”, ascesa e consacrazione con “La voce del padrone”; maturità, epilogo (con tanto di lacrime in sala da parte del pubblico presente).
Oltre ad una buona sceneggiatura però, quello che rende veramente bello questo film sono le scelte registiche che finalmente vanno al di là del compitino che non va mai fuori dagli schemi, come purtroppo siamo ormai abituati nel cinena italiano degli ultimi 30 anni.
Franco de Maria al contrario si lascia tentare da inquadrature insolite come quella dove abbiamo una sorta di soggettiva del Battiato ritratto sul manifesto pubblicitario che sembra osservare, dall’alto in basso, il Battiato reale che passeggia con sua madre che è venuta a trovarlo a Milano. È lui che parla a sè stesso?.. “cosa c’entra questa foto con la mia musica?”…
Pregevoli anche molti movimenti di macchina gestiti con sapienza e notevole la scelta di utilizzare alcuni scavalcamenti di campo in modo da creare tensione emotiva al fine di metterci in comunione con l’anima del personaggio, ma quello che ci scaraventa letteralmente dentro di lui, e che il sottoscritto ha trovato realmente ben fatti, sono la soggettiva lisergica all’interno dell’autobus (mentre Battiato sta programmando il suo trasferimento a Tunisi) e le visioni oniriche che ritraggono il Maestro pensieroso mentre cammina o contempla un deserto montuoso. Sogni, realtà da flashforward o vuoti della mente? Probabilmente tutte e tre le cose.
Gli altri aspetti tecnici che meritano menzione sono la recitazione del protagonista che ha minuziosamente riportato sullo schermo la mimica corporea del cantautore siciliano e l’ottimo lavoro di costumisti e scenografi che hanno ricostruito con minuzia un grande lasso di tempo con i suoi annessi e connessi.
Last but not least: la fotografia. Una menzione a parte la merita Sara Purgatori che ha diretto la fotografia in modo magistrale con delle luci sempre perfette e funzionali alla diegesi. Non si è lasciata tentare da sperimentalismi inutili che sarebbero andati in contrasto con la narrazione eppure la sua mano si vede eccome: i rosa e blu possono ricordare quelli utilizzati da Natasha Braier in “Neon demon” di Refn ma qua vengono realizzati in modo più naturale; l’utilizzo del fumo non è mai eccessivo ma serve a donare a tutto il film una sorta di coerenza quasi intimista con il personaggio ed i colori spesso saturi lirizzano la narrazione.
I chiaroscuri in certe scene di interno d’altro canto sembrano volerci dire che il film, come la vita, è fatto di luci ed ombre e che la ricerca, sia essa estetica, musicale o spirituale non sarà mai “solo colore”.