Esiste un legame sorprendente, quasi invisibile, tra l’antica Etruria e i Paesi Bassi: una piccola ma preziosa collezione di bronzi etruschi che, agli inizi dell’Ottocento, lasciò l’Italia per approdare al Rijksmuseum van Oudheden di Leida.
La storia inizia con Galeotto Ridolfini Corazzi, patrizio cortonese, la cui collezione di reperti etruschi fu venduta dal nipote al direttore del museo olandese, con l’approvazione di re Guglielmo I. Il sovrano inizialmente esitò di fronte al costo, ma l’acquisto si rivelò presto un’intuizione felice. In quegli anni, infatti, l’Europa illuminista era attraversata da una vera e propria etruscomania: una passione colta e scientifica per la civiltà etrusca, vista come chiave per comprendere le radici più antiche della penisola italiana.
La motivazione della vendita fu, come spesso accadeva, di natura economica: il nipote del Corazzi si trovava in gravi difficoltà finanziarie. I bronzi avrebbero potuto restare in Italia quando furono proposti al Granduca di Toscana Ferdinando III (soprannominato “il Broncio” per il suo labbro sporgente), ma l’offerta del sovrano fu giudicata troppo bassa. Così i pezzi presero la via del Nord.

Oggi, circa dieci di questi straordinari bronzi – oggetti di piccole dimensioni ma di grande valore storico e artistico – sono tornati temporaneamente in Italia grazie a una collaborazione tra il Rijksmuseum van Oudheden di Leida, il MAEC – Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona e il Comune di Cortona. Dal 1° aprile al 4 ottobre 2026 saranno esposti al piano ipogeo della Fondazione Luigi Rovati (Corso Venezia 52, Milano), nell’ambito della mostra Gli Etruschi e l’Olanda. A/R dei bronzi Corazzi.
Molti di questi bronzetti furono scoperti casualmente da contadini nella campagna cortonese nel 1746, appena due decenni dopo la fondazione dell’Accademia Etrusca di Cortona (1727). Questa istituzione, nata dall’entusiasmo di un gruppo di giovani eruditi, svolse un ruolo fondamentale: promosse scavi, studi sistematici e pubblicazioni sulla civiltà etrusca, contribuendo a diffondere conoscenze sulla sua cultura, sulle sue origini e sul suo misterioso alfabeto. L’Accademia influenzò profondamente il gusto antiquario del Settecento, favorendo la realizzazione di volumi illustrati, stampe e opere grafiche che alimentarono quel “gusto etrusco” destinato a confluire, in parte, nel Neoclassicismo.
Nella mostra milanese, accanto ai bronzi, vengono esposti importanti libri del Sette e Ottocento che documentano questo fervore erudito: opere di Filippo Buonarroti (discendente di Michelangelo), Lodovico Cortellini, Francesco Valesio, Antonio Gori e Ridolfino Venuti. In queste pagine sono raffigurate opere etrusche, alcune delle quali oggi perdute, che testimoniano come anche nell’entroterra cortonese – meno ricco dei centri costieri come Cerveteri – la presenza etrusca fosse significativa e artisticamente rilevante.
Tra i pezzi più affascinanti in esposizione spiccano la delicata statuetta votiva del “fanciullo con l’oca”, un bambino nudo con la tipica bulla (amuleto) al collo, e la figura di Laran, il dio etrusco della guerra (databile tra il 540 e il 520 a.C.), oltre al suggestivo Grifone, creatura ibrida con testa e ali d’aquila e corpo di leone.
Piccoli nella forma, questi bronzi sono grandi nella capacità di raccontare un’epoca: il collezionismo privato, il dialogo culturale tra Italia ed Europa, l’entusiasmo illuminista per il passato e il valore duraturo di un patrimonio che, pur avendo attraversato i confini, continua a parlare della nostra storia comune. La mostra alla Fondazione Rovati offre l’occasione rara di riscoprirli “a casa”, almeno per qualche mese.