
Dal romanzo al cinema, dalla televisione al palcoscenico lirico: Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo aggiunge un nuovo capitolo alla propria storia, approdando al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino con una commissione che vede coinvolti anche la Fondazione Musica per Roma e il compositore premio Oscar Nicola Piovani. Un’operazione ambiziosa, che affida allo stesso De Cataldo la riscrittura librettistica e a Massimo Popolizio la responsabilità della traduzione scenica.
La sfida è tutt’altro che semplice. Il romanzo, pubblicato nel 2002, deve gran parte della propria forza alla scrittura asciutta, alla rapidità narrativa e alla capacità di intrecciare le vicende della Banda della Magliana con la storia italiana tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta. Trasferire questo universo in due atti significa necessariamente selezionare, comprimere e trasformare. Ma soprattutto significa trovare una lingua musicale capace di restituire la violenza, il cinismo e le contraddizioni dei protagonisti senza limitarsi a illustrare una vicenda già ampiamente sedimentata nell’immaginario collettivo.
Il cuore dell’operazione risiede nella scrittura musicale di Nicola Piovani, che assume anche il ruolo di maestro concertatore e direttore. Il compositore non cerca una rottura radicale con la tradizione, ma costruisce un linguaggio composito, nel quale confluiscono suggestioni del melodramma italiano, riferimenti alla musica popolare, inflessioni ritmiche e colori provenienti da mondi sonori differenti.
La partitura conserva una forte vocazione narrativa. L’orchestra contribuisce a delineare gli ambienti emotivi, a sostenere le tensioni e a scandire le trasformazioni dei personaggi. Piovani conosce bene il valore drammaturgico del tema musicale e la capacità di una frase riconoscibile di fissarsi nella memoria dell’ascoltatore. È una qualità che deriva anche dalla sua lunga esperienza nella musica per il cinema, qui messa al servizio di una struttura operistica tradizionale, articolata in arie, duetti, concertati e interventi corali.

Ma è soprattutto nella costruzione collettiva che la partitura trova una propria energia. Il coro diventa la voce di una città che assiste, partecipa e in qualche modo legittima l’ascesa dei suoi protagonisti. Nei suoi interventi più ironici e graffianti, la scrittura musicale incontra efficacemente la componente satirica del testo, mentre nel Miserere conclusivo acquista una statura tragica più compiuta. La preghiera funebre, intonata al termine della parabola criminale, trasforma la vicenda privata in un rito collettivo e restituisce alla musica una forza che supera la dimensione strettamente narrativa.
Alla guida dell’Orchestra del Maggio, Piovani assicura coesione all’insieme e accompagna con sicurezza il passaggio continuo tra le sezioni vocali e quelle strumentali. La concertazione mantiene saldo il rapporto tra buca e palcoscenico, fondamentale in un’opera nella quale la parola deve restare comprensibile e l’azione non può perdere ritmo.
La questione musicale si intreccia inevitabilmente con quella del libretto, affidato allo stesso De Cataldo. La scelta di concentrarsi sulla parabola dei quattro protagonisti – Libanese, Dandi, Freddo e Bufalo – e sulla figura di Patrizia consente di dare una struttura riconoscibile alla vicenda. L’ascesa della banda, il tradimento, le rivalità interne e la progressiva dissoluzione del gruppo disegnano una traiettoria tragica, nella quale il potere si rivela fin dall’inizio una promessa destinata a rovesciarsi in condanna.
Tuttavia, la trasposizione non sempre trova un equilibrio convincente tra la necessità di sintesi e la specificità del linguaggio operistico: una storia fondata sulla concretezza brutale dei rapporti di potere rischia, a tratti, di essere appesantita da una retorica che ne attenua l’impatto. Anche alcune relazioni fondamentali avrebbero meritato maggiore spazio e incisività, perché la rapidità con cui gli eventi si succedono non sempre permette di cogliere appieno le motivazioni psicologiche che determinano la progressiva frantumazione del gruppo.
In questo senso, Romanzo criminale si rivela più convincente quando lascia emergere la propria natura tragica che quando cerca di spiegare la contemporaneità attraverso le parole dei personaggi. Non è tanto la cronaca della Banda della Magliana a interessare il teatro musicale, quanto il meccanismo universale che trasforma l’amicizia in complicità, la complicità in dominio e il dominio in autodistruzione.

Massimo Popolizio, che conosce direttamente questo universo anche per aver interpretato il Terribile nel film di Michele Placido, evita la tentazione di ricostruire pedissequamente l’immaginario cinematografico e televisivo. La sua regia cerca invece una forma teatrale autonoma, capace di restituire la romanità della vicenda senza trasformarla in folklore.
Le scene di Margherita Palli costruiscono un ambiente essenziale e fortemente simbolico: una grande gradinata di cemento, che richiama un’arena e colloca il coro in una posizione insieme collettiva e giudicante. In basso, lo spazio dell’azione diventa il luogo nel quale si consumano alleanze, tradimenti, regolamenti di conti e tentativi di conquista. Roma è una presenza costante, una città che osserva i propri protagonisti e finisce per partecipare, direttamente o indirettamente, alla loro ascesa.
Le immagini di Jacopo Stoppa, dal carattere pittorico più che fotografico, ampliano questo spazio senza trasformarlo in una cronaca illustrata. I costumi di Silvia Aymonino evocano gli anni della vicenda senza irrigidirsi nella ricostruzione d’epoca, mentre le luci di Pasquale Mari contribuiscono a distinguere i diversi ambienti e le differenti temperature drammatiche.
La regia dimostra particolare attenzione al movimento collettivo. Cantanti, coro, figuranti e ballerini concorrono alla costruzione di un organismo scenico nel quale la violenza diventa una pratica condivisa, un linguaggio appreso e reiterato. Interessante anche la presenza dei bambini, impegnati in giochi di guerra che anticipano simbolicamente il destino degli adulti: il gesto innocente del gioco si trasforma, nel tempo, in violenza reale.
Popolizio evita così di indulgere nell’esibizione della violenza, preferendo suggerirne la natura rituale e ripetitiva. La banda appare come una comunità fondata su codici condivisi, nella quale il senso di appartenenza si confonde con la necessità di obbedire e la promessa di protezione nasconde una continua minaccia.

La compagnia di canto si dimostra ben assortita, capace di affrontare una scrittura che, pur muovendosi entro coordinate melodiche riconoscibili, lascia spazio alle peculiarità dei singoli interpreti.
Tra le prove più convincenti spicca quella di Valentina Pernozzoli, nel ruolo della madre del Libanese. La cantante offre un’interpretazione di grande intensità, sostenuta da una vocalità calda, corposa e autorevole, capace di dare spessore emotivo a una figura che si muove tra affetto materno, durezza e presagio.
Vanessa Goikoetxea dà corpo a Patrizia, personaggio centrale anche nella funzione di testimone e narratrice degli eventi. La sua presenza scenica è magnetica e la vocalità ampia e flessibile le consente di attraversare registri espressivi differenti, alternando seduzione, disincanto e malinconia. È una figura che osserva gli uomini della banda dall’interno, ma conserva una propria autonomia, diventando progressivamente il filo conduttore della vicenda. Accanto a lei, Ilaria Monteverdi, nel ruolo della giovane prostituta, tratteggia con sensibilità un personaggio più fragile, mentre il confronto tra le due donne contribuisce a restituire un altro volto della Roma raccontata dall’opera.
Sul versante maschile, Carlo Raffaelli interpreta il Libanese con energia e presenza scenica, restituendone l’ambizione e la volontà di dominio; Anthony Ciaramitaro dà al Dandi una caratterizzazione progressivamente più incisiva, mentre William Hernández imprime al Bufalo la necessaria irruenza, anche grazie a una vocalità scura e ben proiettata. Alberto Petricca, interprete del Freddo, nella terza replica pur essendo indisposto, ha offerto comunque una prova apprezzabile. Completano il cast Matteo Desole come Scialoja, Toni Nežić nel ruolo del Terribile e Davide Zaccherini in quello di Gemito, tutti impegnati in un lavoro che richiede una forte adesione teatrale oltre alla tenuta vocale.

Ottimo anche il contributo del Coro del Maggio Musicale Fiorentino, preparato da Lorenzo Fratini, chiamato non soltanto a intervenire musicalmente, ma ad assumere una funzione drammaturgica: una collettività che osserva, commenta e, nel finale, diventa parte integrante della tragedia.
Con Romanzo criminale, il Maggio Musicale Fiorentino conferma la volontà di investire con successo in una nuova opera. Non tutto raggiunge la stessa intensità, la natura feroce del soggetto avrebbe forse meritato qualche rischio musicale e drammaturgico in più. Ma lo spettacolo ha saputo conquistare il pubblico del Maggio, con una partecipazione numerosa e un’accoglienza calorosa nelle diverse serate. Un successo che conferma l’interesse suscitato da una nuova produzione capace di riportare al centro il dialogo, tutt’altro che esaurito, tra melodramma e contemporaneità.














