
Ci sono opere che il repertorio ha trasformato in monumenti, altre che, pur appartenendo senza discussione alla grande storia del teatro musicale, continuano a vivere ai margini dei titoli più frequentati. La fanciulla del West appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Eppure proprio la sua relativa rarità d’esecuzione contribuisce a restituirle, ogni volta che torna in scena, quella dimensione di scoperta che ben si addice a una partitura nella quale Giacomo Puccini sperimenta una sintesi nuova fra melodramma italiano, modernità armonica e immaginario americano.
Chapeau dunque al 72° Festival Puccini di Torre del Lago che ha inserito l’opera all’interno della sua programmazione, per la regia di Angelo Bertini e la direzione di Valerio Galli, subentrato a Daniel Oren.
Andata in scena per la prima volta al Metropolitan Opera di New York nel 1910, con Arturo Toscanini sul podio e una coppia formata da Emmy Destinn ed Enrico Caruso, La fanciulla del West nasce dall’incontro fra il compositore lucchese e il mito della frontiera americana. Puccini guarda al nuovo mondo non tanto attraverso il realismo documentario, quanto attraverso una scrittura musicale sorprendentemente moderna, nella quale le grandi melodie continuano a esistere ma vengono spesso assorbite in un tessuto orchestrale mobile, cromatico, ricco di richiami, cellule e impasti timbrici.

È anche per questo che la Fanciulla resta una delle sue opere più complesse da mettere in scena. L’azione procede quasi senza soluzione di continuità, le grandi arie sono relativamente poche e il canto deve confrontarsi costantemente con un’orchestra ricchissima.
La recita del 29 agosto a Torre del Lago ha assunto un significato particolare per il commosso omaggio ad Antonino Fogliani, scomparso proprio nelle ore precedenti lo spettacolo. Alla memoria del maestro, che aveva diretto la Bohème nel corso di questa stessa edizione del Festival, è stata dedicata la serata. Prima dell’opera l’Orchestra del Festival Puccini ha eseguito Crisantemi di Puccini: un momento intenso, con la presenza di Plácido Domingo in prima fila, nel quale il teatro ha scelto di ricordare un direttore che a Torre del Lago aveva lasciato una presenza artistica significativa.
Sul podio Valerio Galli affronta la partitura con una direzione che privilegia la tenuta complessiva dello spettacolo e accompagna con attenzione il canto, mantenendo generalmente sotto controllo la scrittura orchestrale. L’Orchestra del Festival Puccini risponde con una prova discreta, anche se non sempre emerge quella incisività timbrica e dinamica che la partitura richiederebbe. La Fanciulla non è infatti un’opera nella quale l’orchestra possa limitarsi a sostenere le voci: è spesso il vero motore dell’azione, suggerisce atmosfere, anticipa gli stati d’animo, costruisce tensioni e introduce elementi di modernità armonica che guardano già oltre il linguaggio pucciniano più tradizionale.

Nei momenti più riusciti Galli riesce a far emergere proprio questo tessuto, soprattutto quando il discorso orchestrale si fa più rarefatto e lascia respirare le voci. In altri passaggi, tuttavia, sarebbe stato auspicabile un maggiore contrasto dinamico e una più netta definizione degli accenti. La complessità della scrittura rimane percepibile, ma non sempre viene trasformata in una vera visione interpretativa.
Il Coro del Festival, impegnato soprattutto nella componente maschile dei minatori, appare invece un po’ disomogeneo nel primo atto, dove alcune sezioni risultano meno compatte. La prestazione migliora sensibilmente negli atti successivi, acquistando maggiore omogeneità e incisività.
La regia e le scene di Angelo Bertini scelgono una strada dichiaratamente tradizionale, coerente con la natura dell’opera e con l’immaginario western costruito da Zangarini e Civinini. È una scelta condivisibile: La fanciulla del West possiede già al proprio interno una forte teatralità e non ha particolare bisogno di sovrastrutture concettuali. L’allestimento restituisce così il mondo dei minatori, la Polka, la capanna di Minnie e gli spazi della frontiera attraverso una scenografia di ampio respiro, pensata per dialogare con le dimensioni del Gran Teatro all’aperto.

Particolarmente suggestivo è il terzo atto, quando il bosco innevato diventa autentico protagonista della scena. La natura, già evocata e quasi minacciosa nei primi due atti, assume qui una funzione drammaturgica precisa: lo spazio aperto della foresta diventa il luogo nel quale la violenza, la vendetta e infine il perdono possono trovare una soluzione. Forse un po’ ridondante la presenza della croce nel primo e nel terzo atto.
La Fanciulla è un western ante litteram nel quale, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare dal genere, la pistola non conduce necessariamente alla morte. La vera materia dell’opera è la possibilità della redenzione e del perdono: Minnie salva Johnson, Rance viene sconfitto ma non distrutto, e persino la comunità dei minatori finisce per accettare una soluzione che sembrava impossibile.
Il vero punto di forza del cast è Anna Pirozzi, alle prese con uno dei ruoli più difficili dell’intero repertorio pucciniano. Minnie è un personaggio vocalmente anomalo: deve possedere il peso di un soprano drammatico, ma anche una capacità di fraseggio lirico e una duttilità che impediscono di affrontare la parte esclusivamente attraverso la potenza. Pirozzi, già ammirata all’inaugurazione del Festival in Turandot (leggi la recensione), dispone degli strumenti necessari per superare con sicurezza le numerose insidie della scrittura, soprattutto nella regione acuta, dove la voce mantiene solidità, ampiezza e squillo.
Ma è soprattutto nei momenti più lirici che la cantante mostra una significativa capacità di modulazione. Laggiù nel Soledad trova accenti più morbidi e abbandonati, mentre nel secondo atto la scena con Johnson acquista una tensione autenticamente sentimentale. La grande scena del poker, con il progressivo ribaltamento della situazione, è affrontata con sicurezza.

Roberto Aronica, chiamato a sostituire Yusif Eyvazov, affronta un ruolo altrettanto impegnativo. Dick Johnson è un tenore che deve possedere squillo e consistenza, ma anche una notevole duttilità, soprattutto nel primo atto, dove la tessitura mette continuamente alla prova il cantante. La prova appare inizialmente più prudente e meno omogenea, ma cresce con il procedere della serata. Nel secondo e nel terzo atto Aronica trova maggiore sicurezza, soprattutto nei duetti con Minnie, dove il rapporto fra i due protagonisti diventa il vero centro emotivo dell’opera.
Claudio Sgura conferma invece una piena padronanza del ruolo di Jack Rance, personaggio che conosce da molti anni e che sembra ormai appartenere naturalmente al suo repertorio. Il timbro scuro, naturalmente ruvido, si adatta perfettamente allo sceriffo, ma è la capacità di modulare il suono a evitare che Rance si riduca alla consueta figura del cattivo. Nel primo atto emerge soprattutto l’uomo ferito dalla gelosia e dal desiderio di Minnie; successivamente il personaggio acquista maggiore durezza senza perdere complessità. Sgura costruisce il ruolo attraverso un fraseggio preciso e una notevole attenzione alla parola. La voce appare solida lungo tutta la linea e trova accenti particolarmente efficaci nelle scene con Minnie e nei momenti di maggiore conflitto con Johnson. È una prova di grande mestiere.
Adeguato il resto della compagnia, con Paolo Antognetti nel ruolo di Nick: il suo oste possiede la giusta misura fra partecipazione e discrezione. Convincente anche Volodymyr Morozov come Ashby, così come Sergio Vitale nel ruolo di Sonora, vocalmente incisivo pur con qualche momento di maggiore tensione nell’emissione. Tra i minatori Paolo Ingrasciotta come Sid, Nicola Pamio come Harry e Min Kim come Jake Wallace. Ben assortiti anche Adriano Gramigni e Alessandra Della Croce nei ruoli di Billy Jackrabbit e Wowkle.

Il successo della serata conferma che La fanciulla del West, pur lontana dalla popolarità di Tosca, Turandot o La bohème, merita di essere proposta con maggiore frequenza anche in un festival che deve inevitabilmente confrontarsi con le esigenze di un grande pubblico.
È un’opera difficile, musicalmente complessa, ma proprio per questo capace di mostrare un Puccini diverso: meno affidato alla melodia immediatamente riconoscibile e più interessato al colore, alla continuità drammatica, alla modernità dell’orchestrazione e alla costruzione psicologica.
A Torre del Lago la produzione trova una risposta calorosa da parte del pubblico, che saluta con particolare entusiasmo Anna Pirozzi e Claudio Sgura, insieme al direttore Valerio Galli. Ma l’applauso più sentito della serata rimane quello silenzioso e commosso che accompagna il ricordo di Antonino Fogliani.
Un consiglio: prima della seconda e ultima recita del 5 settembre, ben merita una visita la Villa di Puccini, oltre per la bellezza di scoprire i luoghi in cui visse e compose il Maestro, anche per la mostra temporanea visibile fino al 6 settembre 2026 su “Rangola il Gong. Gli strumenti della collezione Luigi Tronci per le opere di Giacomo Puccini” (leggi l’articolo). Qui potrete scoprire la fonica per la Fanciulla del West, simile a un grande carillon, utilizzata come oggetto di scena durante il finale del primo atto, o ancora la macchina rumoristica della grandine: delle vere chicche musicali.














