Vestigia di un teatro diroccato, stile elisabettiano: sul palco fa capolino il protagonista ipnotico e grande attore e grande showman Francesco Montanari, emerge la testa dal sipario di tale avanzo di reperto archeologico: ne esce e proclama ʺ …le idee sono finite…è l’inverno del nostro scontentoʺ, citando Riccardo III lo spettacolo che il regista conta di mettere in scena e lo giustifica tra iPhone, smartphone, social, Tik Tok, Facebook, Instagram, YouTube, WhatsApp, Twitter, talent, le opere sul palco, visibili libri emuli degli scritti shakespeariani, hanno poca speranza di sopravvivere e nel muoversi fervente butta giù un vecchio sipario verde, come il suo giacchino di scena e abilmente ci gioca a dire quale fosse il senso della scena: senza esso che senso ha essere lì.
Teatro sul palco e fuori dal palco esattamente come nella struttura e dinamica scenica delle pièces elisabettiane ed ora nello spazio teatrale è Riccardo curvo, storpio, deforme, gobbo armonia non c’è, se piove solo una spalla è bagnata, ed allora ecco il parallelo con un brutto animale quale un cinghiale, un mammifero artiodattilo appartenente alla famiglia dei Suidi(ni), ovvero un maiale selvatico e la sua storia. Non è un eroe dell’amore ma della battaglia e se in teatro si ode a martello: un battito appunto, non è di passione, ma della spada che infilza tutto, ovvero l’animo del nostro protagonista finora relegato a piccoli ruoli e/o di poco peso finalmente è Riccardo III e il suo cuore come per ogni attore è diventare grande, arrivare ad uno Shakespeare appunto.

Ma mentre egli combatte davvero come il cinghiale che è nel suo animo la maggior parte lo fa per curriculum, per assecondare il regista sempre in cerca del rispetto della letteratura del Bardo, del suo lessico difficile complicato e molto spesso si arrende all’impresa e questo disappunto con vivide esternazioni da cinghiale appunto, è forte in tutto il monologo della pièce teatrale. Infatti, per mettere in scena il Riccardo III al regista sono rimasti Francesco stesso e un certo Enrico che però recita con la zeppola e il nostro cinghiale ne fa il verso. Siamo alla narrazione del IV atto e finalmente il nostro eroe shakespeariano veste la corona e Francesco affascinato dall’altra attrice rimasta in compagnia, bellissima e brava, una certa Anita, racconta di lei nei panni di Lady Anna. Benché deplorevole la teoria dell’odio di questa, ha del reale quando pur relegandolo in fondo all’animo è qualcosa che cerca sempre un veleno, una lama, una caduta, un dispetto ovvero una rivalsa.
Su tutto ciò che è scena e drammaturgia stessa, la regista è Elisabetta, una parruccona bionda molto pelosa, lanosa sul trono del regno. Tutto dirige, chiarisce e discute, e con questo oggetto scenico il nostre eroe si fa cinghiale e gioca in pose emulatrici ora della regina ora della Lady Anna, che in quanto attraente e accattivante mette a nudo Francesco Montanari e fuori i deltoidi e un fisico ineccepibile e a torso nudo prepara l’ingresso di colei che porterà al culmine lo spettacolo, la Duchessa di York, madre di Riccardo con un vestito sontuosissimo, luogo davvero carismatico della scena che vede appunto il nostro attore impersonarla. Sì, proprio ella rinfaccia al figlio, fiera di essere l’unica sopravvissuta, la morte di Edoardo, Edoardo II, di Clearence e dei figli e dei nipoti e tanti altri.
Ed ecco da duchessa, il costume con maestria scenica, grande la regia del pluripremiato regista uruguaiano Gabriel Calderón, Francesco scopre nascondere la sua vera pelle o pelliccia di Cinghiale ed eccola la bestia sul palco apprende da due ragazzine che la produzione è finita nelle loro mani: anche il produttore ha lasciato l’impresa e con l’animale che ha in sè, il nostro protagonista mostra l’ardire battagliero: capisce che senza attori, senza paroloni, con un teatro fatiscente e senza produzione per fare teatro, bisogna uscirne, che tutte quelle opere che giacciono sul palco in attesa di rappresentazione, i loro eroi vengono messi in angolo, come gli altri protagonisti del Riccardo III e scende dal palco e va…”fuori”. Lo spettacolo è finito: poco pubblico appunto e tanti meritati applausi.