
Due compositori separati da oltre due secoli, un cognome condiviso e una vicenda che sembra uscita dalla fantasia di Frank Zappa. Da questo singolare intreccio nasce Wild Love, il progetto presentato al Teatro della Pergola di Firenze da Giovanni Sollima, Vanni Moretto e dall’ensemble Il Pomo d’Oro ad inauguare la nuova stagione concertistica degli Amici della Musica di Firenze. Ma dietro l’apparente paradosso si nasconde un percorso musicale tutt’altro che estemporaneo, nel quale la riscrittura diventa strumento d’indagine e il confronto fra linguaggi rivela affinità inattese.
Il progetto nasce da una duplice prossimità artistica: quella di Vanni Moretto con Francesco Zappa, compositore milanese del Settecento, e quella di Giovanni Sollima con Frank Zappa, figura centrale della sperimentazione musicale novecentesca. Due legami differenti, accomunati da una conoscenza profonda dei rispettivi universi sonori e dal desiderio di restituirli attraverso una prospettiva nuova.
Ne scaturisce un concerto coinvolgente, sostenuto dalla partecipazione dell’intero ensemble e da un programma capace di alternare complessità compositiva, virtuosismo e momenti di autentico divertimento. L’ironia, del resto, è parte integrante della poetica zappiana: un modo di mettere in discussione le convenzioni e le gerarchie della cultura musicale.
Nel 1983 Frank Zappa, cercando il proprio nome nel New Grove Dictionary of Music and Musicians, scoprì che il cognome rimandava a un compositore milanese del XVIII secolo. La curiosità prevalse presto sulla delusione iniziale: il musicista americano cominciò a raccogliere partiture e materiali relativi all’omonimo, fino a pubblicare nel 1984 l’album Francesco Zappa, nel quale alcune composizioni settecentesche venivano eseguite attraverso il Synclavier, il sistema digitale allora impiegato nelle sue sperimentazioni.
L’operazione aveva un valore storico indubbio, ma anche una precisa connotazione estetica. La musica di Francesco Zappa veniva filtrata attraverso una tecnologia contemporanea, che ne modificava radicalmente la percezione timbrica. Non una ricostruzione filologica, dunque, bensì una traduzione sonora nella quale il recupero del passato si confrontava con l’immaginario elettronico degli anni Ottanta.
È da questo precedente che prende le mosse Wild Love. Se Frank aveva trasposto il repertorio settecentesco nel proprio mondo sonoro, Moretto immagina il movimento inverso: una sorta di rivincita postuma di Francesco, che si appropria idealmente delle composizioni del suo omonimo americano.

Sollima interviene da una posizione diversa, ma complementare. La sua familiarità con la scrittura di Frank Zappa gli permette di affrontarne il repertorio come un territorio di ricerca nel quale ritmo, ironia e sperimentazione si intrecciano. Il concerto assume così la forma di un duplice omaggio, personale prima ancora che programmatico.
L’apertura con Intersong I di Giovanni Sollima introduce una scrittura nella quale il gesto strumentale e la componente ritmica assumono un ruolo centrale. Il compositore siciliano, da sempre interessato alle possibilità espressive dello strumento e al superamento delle classificazioni di genere, prepara il terreno a un ascolto dinamico, in cui la musica si sviluppa attraverso contrasti e trasformazioni.
Con None of the Above di Frank Zappa emerge il versante più sperimentale del programma. Dietro la fama di artista irriverente si riconosce un compositore attento alla costruzione formale, alla combinazione di materiali eterogenei e alla complessità delle relazioni ritmiche. La provocazione non esclude il rigore: è proprio l’organizzazione accurata del discorso musicale a rendere efficace la destabilizzazione delle aspettative.
Segue Aquilarco n. 7, “Rotating Dance” di Sollima, nel quale il riferimento alla danza suggerisce una concezione della musica come movimento e trasformazione. Il ritmo non è soltanto una pulsazione regolare, ma un principio capace di modellare la forma e alimentare la tensione espressiva.
Il nucleo concettuale del programma è costituito dalla Gran Sinfonia Concertata di Francesco Zappa, articolata nei tre movimenti Allegro, Andante e Minuetto, presentata in relazione con Zappa’s Revenge, la riscrittura elaborata da Vanni Moretto. L’idea è tanto semplice quanto fertile: immaginare che Francesco possa ricambiare il gesto compiuto da Frank nel 1984, trasferendo idealmente la musica dell’americano entro le forme e le sonorità di un ensemble settecentesco. Moretto rovescia così la prospettiva storica, trasformando la riscrittura in una sorta di vendetta immaginaria.
L’alternanza fra i movimenti della sinfonia e quelli di Zappa’s Revenge rende esplicito il confronto. La struttura tripartita offre un riferimento riconoscibile, mentre la rielaborazione ne modifica il contesto espressivo. La forma classica non è un involucro neutro: diventa il dispositivo attraverso cui osservare le trasformazioni del materiale e interrogare il rapporto fra convenzione e libertà.
Il violino solista di Federico Guglielmo contribuisce a delineare il versante concertante del percorso, richiamando una tradizione nella quale il dialogo fra solista e insieme costituisce uno dei principali motori della costruzione musicale.
Con Questi cazzi di piccione, Frank Zappa porta il programma verso uno dei territori più radicali della sua scrittura. Il titolo, volutamente provocatorio, sembra mettere alla prova le convenzioni del concerto classico prima ancora dell’ascolto; la musica, tuttavia, rivela una complessità che va ben oltre il gesto dissacratorio. La scrittura si muove fra frammentazione, procedimenti riconducibili all’avanguardia novecentesca e bruschi mutamenti di prospettiva. Il discorso musicale sfugge a uno sviluppo lineare, richiedendo all’ascoltatore di abbandonare le consuete aspettative formali. L’apparente imprevedibilità, però, non coincide con l’assenza di struttura: la libertà di Zappa si fonda su un’organizzazione compositiva rigorosa.
Nel contesto del programma, questa pagina mette in luce una dimensione meno immediata dell’autore americano, spesso identificato soprattutto con la provocazione e la cultura rock. La sua ricerca appartiene pienamente alla complessità della musica del Novecento, pur rifiutandone le convenzioni più accademiche.
È anche in questa tensione fra disciplina e irriverenza che si riconosce il legame con Sollima, la cui scrittura condivide l’interesse per il ritmo e per la possibilità di attraversare linguaggi diversi senza ricondurli a un’unica matrice stilistica.

Con B Flat Bop Flow, Giovanni Sollima compie un’operazione complementare a quella di Moretto. Il compositore prende un tema dal secondo movimento di una sinfonia di Francesco Zappa, originariamente in Si bemolle, e lo inserisce in una dimensione sonora attraversata da suggestioni bebop e funk. Il titolo esplicita il procedimento: il riferimento tonale si combina con l’allusione al jazz, mentre il termine flow suggerisce una continuità mobile, nella quale il materiale originario viene riconosciuto ma assume una nuova funzione. Il tema diventa il punto di partenza per una diversa organizzazione del discorso musicale, nella quale la memoria si intreccia con l’invenzione. La scrittura di Sollima restituisce così vitalità a un frammento settecentesco, facendolo dialogare con un universo ritmico lontano dal suo contesto originario.
In un programma tanto articolato, Il Pomo d’Oro svolge una funzione essenziale. L’ensemble, forte dell’esperienza maturata nel repertorio antico, affronta una partitura ideale composta di linguaggi diversi, nella quale precisione, duttilità e partecipazione sono indispensabili. La formazione, con archi, oboi, corni e clavicembalo, offre alle pagine settecentesche un riferimento sonoro coerente con la loro origine, ma dimostra anche la capacità di confrontarsi con le scritture contemporanee senza appiattirne le peculiarità. L’esecuzione coinvolge l’intero gruppo, che restituisce con energia tanto la complessità delle pagine sperimentali quanto la componente giocosa del programma.
Particolarmente sentita è la partecipazione di Sollima, la cui relazione con la musica di Frank Zappa sembra andare oltre la dimensione interpretativa. Il compositore siciliano ne affronta il repertorio con un coinvolgimento che trova una naturale espressione nelle proprie rielaborazioni. Sul versante opposto, Moretto traduce la propria vicinanza a Francesco in un lavoro di riscrittura fondato sulla conoscenza delle partiture e sulla riflessione intorno alle forme settecentesche.
La coerenza della serata nasce proprio dall’incontro fra queste due prospettive, sostenute da un ensemble capace di muoversi fra repertori differenti con compattezza e vivacità.
La rilettura di Wild Love riporta il concerto al suo punto di partenza. Nel brano di Frank Zappa, la forma-canzone convive con il funk, il valzer e la sperimentazione, in un equilibrio instabile che riflette bene la personalità del compositore americano. La riconoscibilità del materiale non esclude la sorpresa, così come l’ironia non annulla la complessità della scrittura.
Nella versione di Sollima, il brano assume il valore di una sintesi del percorso: dopo il confronto con Francesco Zappa e la reinvenzione delle forme storiche, la musica torna direttamente al repertorio di Frank, mantenendone intatta la carica vitale.
È qui che il coinvolgimento del pubblico si manifesta nel modo più spontaneo. La platea accompagna il brano battendo le mani a ritmo, trasformando l’ascolto in partecipazione collettiva. Il gesto restituisce alla musica la sua dimensione fisica e condivisa, senza bisogno di mediazioni: la libertà espressiva di Zappa diventa esperienza comune.
Sotto lo scroscio degli applausi, arrivano due bis, entrambi di Frank Zappa: How Could I Be Such a Fool? e Willie the Pimp. La scelta prolunga l’energia della serata e riafferma la centralità dell’autore americano, attorno al quale si è sviluppato l’intero progetto.
Dopo il gioco delle riscritture, il ritorno diretto a Frank assume il significato di una dichiarazione d’affetto. Un congedo all’insegna della vitalità e dell’ironia, in sintonia con lo spirito del concerto, che sembra prorio raccogliere la sfida del compositore americano: considerare la musica uno spazio aperto, nel quale la curiosità prevale sulle categorie e la libertà diventa una forma concreta di conoscenza.














