
C’è stato un momento, leggendo Storia di un’amicizia, di Ermanno Cavazzoni, finalista al Premio Campiello di quest’anno, in cui ho cominciato a nutrire il forte sospetto che il libro non stesse andando da nessuna parte: e non perché mancasse di una storia – in patente contraddizione rispetto al titolo, ma non si sa mai… – e nemmeno perché l’Autore, il Cavazzoni, non possieda il dono di saperla raccontare, quella e altre storie. Il problema reale, mi son detto dopo un po’, è che son proprio tutte quelle storie, una dopo l’altra, a volte una dentro l’altra, una sorta di mille e una notte odorosa di lambrusco e ragù, che sembrano esse stesse rifiutare, dopo una partenza spesso bella o intrigante, di crescere o di mutarsi in altro: ricusano qualunque evoluzione, rimangono lì, a volte brillanti, talaltra opache, si vanno sistemando le une accanto alle altre, sfiorandosi, interrompendosi, richiamandosi.
Ti accorgi, insomma, col lento scorrere di quel tempo soggettivo, che vanno a comporre, quelle piccole storie, la vasta superficie di un mosaico narrativo fatto di incontri, viaggi, pranzi, cene, discussioni, conoscenze, episodi più o meno curiosi, in cui invano cercheresti, scrutando quell’immensa plaga pianeggiante, una vetta o una profondità che mai non arrivano, di fatto trasformandoti, te che leggi speranzoso, in una sorta di Vladimiro senza Estragone che aspetta invano e invano il suo Godot.
Certo, l’intenzione, intuisci, è altra e anche alta. Tu sai per certo che Cavazzoni vuol dimostrare, attraverso tutta quella minuta narrazione, che l’esistenza d’un grand’uomo non è fatta soltanto degli Avvenimenti che una qualsiasi Biografia all’altezza del suo nome consideri degni d’esser raccontati, ma pure – forse soprattutto – della sterminata quantità di momenti minimi, circostanze apparentemente irrilevanti, conversazioni senza conseguenze, gesti quotidiani. È la materia bassa dell’esistenza, sembrerebbe suggerire il libro, è proprio lì che si nasconde la verità delle persone. E dunque è così anche per Gianni Celati, l’amico e scrittore scomparso nel 2022, col quale Cavazzoni ha condiviso quasi quarant’anni di frequentazione. E certo non avremo difficoltà alcuna ad ammettere che il principio è legittimo, persino affascinante. Proprio Celati, naturalmente, è il grande assente-presente del libro, una sorta di convitato di pietra ai frequenti banchetti/festini raccontata da Cavazzoni: non è tuttavia intenzione dell’Autore costruire il personaggio Celati, quanto piuttosto restituire l’uomo.
Ma, al di qua della pagina scritta non è possibile non notare quanto, nel momento in cui lo sottrae alla letteratura per restituirlo alla vita quotidiana, l’Autore finisca talvolta per celarlo anche al lettore, per il semplice quanto lapalissiano motivo che ciò che è caro per due amici che hanno condiviso un’esistenza non è necessariamente altrettanto prezioso per chi quella condivisione non l’ha vissuta. Una serata, una trattoria, una persona incontrata durante un viaggio, una discussione nata da una parola, un progetto abbandonato: è nell’esperienza di ciascuno quanto tutto questo possa essere significativo nella memoria privata e, contemporaneamente, del tutto irrilevante nella memoria di chi ascolta. È questo, in fondo, il grande rischio della scrittura autobiografica: si finisce per confondere il valore affettivo del ricordo con il suo valore narrativo.
Cavazzoni cerca poi, in linea col proposito suo, una scrittura prossima al parlato, sintassi distesa, andamento discorsivo, lessico quotidiano, costruzione del periodo che sembra imitare il movimento della memoria e della conversazione, secondo una scelta coerente con il progetto e, in alcuni momenti, efficace. Tuttavia nemmeno in questo caso l’effetto appare sempre convincente, perché portare il linguaggio corrente nella pagina non significa semplicemente scrivere come si parla. Il parlato, mutato in lettera, deve essere reinventato, deve acquistare ritmo, precisione, necessità, altrimenti la sua spontaneità rischia di diventare soltanto una scorciatoia. E poi in più di un’occasione la lingua di Cavazzoni sembra oscillare tra due opposti (inconciliabili?) poli: da una parte il desiderio d’assoluta naturalezza, dall’altra l’insistenza sulla propria eccentricità narrativa, quasi che la modestia della materia dovesse, in qualche modo e per diversa via, essere compensata da una riconoscibile letterarietà del modo di raccontarla. Ne deriva in tal modo una scrittura che appare più come un tentativo di letterarizzare il linguaggio corrente che come una sua autentica trasfigurazione.
Anche l’umorismo soffre dello stesso problema, perché la lente attraverso cui Cavazzoni guarda il mondo è – o vorrebbe – essere ironica, cercando l’assurdo nel quotidiano, sottolineando stramberie e stranezze, lasciando che emerga l’incongruo dai comportamenti. Manca, tuttavia, la distanza che sempre dev’esserci tra osservatore e materia e, soprattutto, quella stessa materia è spesso povera di significato, un vuoto occupato da avventure gastronomiche, spostamenti, compagnie, personaggi occasionali, conversazioni di cui si fatica a comprendere il significato: in questi casi l’umorismo rischia di diventare il perfetto decoro del nulla. Ne nasce, allora, un effetto che può ricordare, più che la grande tradizione dell’umorismo letterario, certi filmetti di marginalità culturale nei quali una compagnia di personaggi un po’ fuori posto attraversa locali, paesi, strade e tavolate producendo una comicità bonaria, innocua, sostanzialmente priva di conseguenze, una curiosa dimensione da vitelloni stagionati di periferia, uomini rimasti a galleggiare fuori dal tempo e dalla storia, in un mondo nel quale accade moltissimo e non succede praticamente nulla.
Ed è forse proprio la mancanza di conseguenze il limite maggiore del libro. Si raccontano fatti, persone, situazioni, passano giorni, mesi, anni, Celati invecchia, l’amicizia continua, fino alla morte; eppure il racconto sembra opporre resistenza a qualsiasi forma di sviluppo: anche il tempo, che dovrebbe costituire l’ingrediente segreta di un libro dedicato a quarant’anni di amicizia, appare curiosamente neutralizzato, annullato, tutto avviene in una sorta di dimensione limbica molto vicina al sogno. Il che può anche piacere, qualcuno può trovare poesia tutto questo battere l’aria e mi rendo conto che il giudizio diventa inevitabilmente personale, perché se si accetta il principio secondo il quale l’esistenza non ha bisogno di una trama e che il compito della letteratura possa essere quello di registrare la dispersione del vivere, Storia di un’amicizia può persino apparire come un coerente esercizio di libertà narrativa. Se invece si chiede alla letteratura che quella dispersione venga almeno in parte ricomposta da uno sguardo, il libro rischia di diventare una lunga prova di pazienza.
E il rischio, il rischio vero, è che l’assenza di trama rimanga soltanto assenza di trama; che il quotidiano non venga illuminato, ma semplicemente trascritto; che il vuoto non diventi vertigine, ma resti vuoto: rimane, a ben vedere, Storia di un’amicizia, un libro singolare, e forse proprio la sua singolarità può riuscire a spiegare tanto gli entusiasmi quanto le perplessità che può suscitare. Ma, per il lettore come me che non riesca a entrare nel patto proposto dall’autore, può accadere invece il contrario: più le pagine procedono, più il materiale si rarefà, fino a lasciare una sensazione di persistente inconsistenza. Si continua a cercarla, quella poesia annunciata dal pulviscolo dei ricordi, quella tal malinconia che dovrebbe affiorare dalle cose minime, e infine la rivelazione nascosta in vite apparentemente marginali. E alla fine si può avere la sgradevole impressione di aver assistito, per molte pagine, a conversazioni private alle quali non si era stati invitati: quanto nulla bisogna raccontare perché, alla fine, diventi letteratura? Ho paura che, dopo tante pagine, il nulla tenda pericolosamente e pervicacemente a restar tale.