Per festeggiare il suo ventesimo anniversario il Festival MiTo Settembre in Musica, che sul finire dell’estate lega con il filo rosso della musica classica le due città di Milano e Torino, quest’anno sceglie come tema “l’Harmonia”. Armonia che – come spiega Speranza Scappucci, Direttrice Artistica di MiTo, «non è assenza di tensione: è relazione tra voci diverse, è equilibrio costruito attraverso ascolto, attrito, movimento. La dea Harmonia nasce dall’unione di Ares e Afrodite, divinità della guerra e dell’amore. L’armonia, dunque, non è eliminare il conflitto, ma trasformarlo in possibilità di ascolto».
Proprio l’equilibrio tra voci e strumenti diversi, addirittura tra ensemble diverse è il cuore dello spettacolo scelto per l’inaugurazione del festival al Teatro alla Scala di Milano, il War Requiem di Britten, eseguito e interpretato dall’ Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, il Coro e Coro di voci bianche Teatro Regio Torino, il soprano Elena Guseva, il tenore Allan Clayton, il baritono Bo Skovhus, diretti dal maestro del coro Gea Garatti Ansini, il maestro del coro di voci bianche Claudio Fenoglio e la direttrice d’orchestra Simone Young.

L’opera nasce nel 1958 quando a Benjamin Britten viene affidato il difficile compito di comporre un’opera per l’inaugurazione della nuova cattedrale di Coventry, costruita accanto alla vecchia cattedrale di cui rimanevano solo le mura annerite a seguito dei bombardamenti del 1940 durante i quali la città fu rasa al suolo. Britten viene chiamato allora a celebrare la rinascita, una rinascita però che porta ancora i segni del dolore e dell’orrore, da qui il suo mastodontico War Requiem.
L’opera è singolare e ibrida, giustappone il sacro del requiem al profano delle poesie di Wilfred Owen, giovane ufficiale caduto in guerra nel 1918, di cui reca una citazione nel sottotitolo: «Il mio soggetto è la guerra, e la pietà della guerra. La poesia sta nella pietà… Tutto ciò che un poeta può fare oggi è ammonire».
La dualità la fa da padrona anche nell’intepretazione e nella partitura, War Requiem viene infatti eseguito – in modo ambizioso e complesso – da un’orchestra spaccata in due: le sei parti della messa sono affidate al soprano solista, al coro, alla grande orchestra e al coro di voci bianche; le poesie di Owen sono invece affidate a tenore e baritono e a un ensemble di quattordici strumenti solisti più un set di percussioni.
Se nel 1962 Britten divise anche la direzione delle due parti lasciando per sé le poesie di Owen e affidando a Meredith Davies il resto dell’opera, una spettacolare Simone Young si fa carico di tutto dirigendo con ammirabile e indiscussa competenza a precisione tutte le anime orchestrali che nel War Requiem si affiancano, si sovrappongono, si giustappongono in una continua rincorsa armonica.
Alla solennità del requiem in latino sono affidate musiche solenni, vicine al canone retorico dei grandi lavori del passato, che si stratificano e trovano incarnazione nel soprano che interpreta il ruolo dell’angelo consolatorio e nelle voci bianche accompagnate dall’organo. Nelle nove poesie di Owen, cantate in inglese e affidate all’ensemble cameristico, spiccano invece le sonorità più idiomatiche del linguaggio musicale di Britten.
Ma come si diceva all’inizio il tema del MiTo 2026 è l’armonia e proprio questa è la caratteristica che più spicca nel War Requiem perchè tutte queste parti, queste voci, le lingue diverse, le tematiche contrapposte nella musica si incontrano e si fondono, con armonia appunto.
Il finale, dalle eco mahleriane, è commovente e quel «Let us sleep now…» ripetuto da tenore e baritono fino al termine della musica sembrano invitare tutti al riposo dopo la battaglia.
Simone Young è indubbiamente la star di questo spettacolo e lo testimoniano la standing ovation e gli infiniti appalusi del pubblico, l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI suona forse con troppa delicatezza laddove la rabbia e il dolore avrebbero dovuto esplodere negli strumenti, meritano un plauso anche i cori, in particolare quello di voci bianche sempre preciso e accurato in uno spettacolo che comunque risulta tanto ambizioso nei piani quanto ben riuscito nell’esecuzione.