Teresa o del fascino (in)discreto del male

Ne «La vita sempre», Elena Varvello intreccia una storia d'amore e di famiglia con le vicende dell'Italia fascista.

Vuole studiare, Teresa, emanciparsi, decidere della propria vita, in un tempo in cui le donne sono ancora prigioniere di mille vincoli; Francesco, invece, sembra del tutto non curarsi d’ogni regola, comprese quelle che dovrebbero impedirgli di ferire gli altri. Lei con prudenza misura le proprie possibilità, lui le brucia senza troppi pensieri e scrupoli; lei sembra conoscere, quasi in virtù d’innata sapienza, qual sia il prezzo, a volte alto, delle scelte, lui sembra convinto che nella vita sempre ci sarà qualcun altro pronto a pagare il conto per lui. È in questa asimmetria, questo solco profondo, questa cesura insanabile, prima ancora che nella loro storia d’amore, che si annida il nucleo più interessante de La vita sempre, romanzo di Elena Varvello, finalista al Premio Campiello, ispirato a vicende di famiglia – scopriamo che Teresa e Francesco sono i nonni dell’Autrice – di cui riesce a farci sentire assieme peso e leggerezza, vissute e spese nell’Italia del fascismo e della guerra.

Teresa dunque, faticosamente cerca, pietra dopo pietra, pensiero dopo pensiero, rovello dopo rovello, il suo spazio vitale nel mondo mentre Francesco ha l’atteggiamento di chi ritiene, a torto o a ragione, realtà o fantasia, il mondo a sua disposizione. E forse è proprio questa sua sfrontatezza, insieme vitale e distruttiva, a renderlo tanto seducente quanto inquietante. Seduttore, giocatore, bugiardo, insofferente alle regole e talvolta violento, sciupafemmine di paese tutto affida all’improvvisazione, al gesto facile dettato dal genio del momento, il futuro troverà pur il modo di rimediare alle sue leggerezze; dall’altra parte, in un forse troppo studiato contraltare narrativo, Teresa conosce il valore della disciplina, del sacrificio, dello studio, sa che ogni conquista richiede lavoro e fatica e che le occasioni son merce rara che non si presentano a tutti con la stessa generosità.

Succede, qualche volta, che l’innamorarsi sia figlio del confronto, talora del contrasto tra concezioni dell’esistenza radicalmente diverse, una continua sfida tra differenti possibilità di esercitare la libertà: da un lato chi può permettersi di rischiare, dall’altro chi deve fare i conti con le conseguenze delle proprie scelte, comprese quelle altrui, facendosene necessariamente carico. Inevitabilmente, indubbiamente, fatalmente Teresa si trova ad assumere il centro morale della relazione e del romanzo, e non certo perché immune dalle inevitabili contraddizioni che affliggono noi umani, tantomeno perché incarni, questa ragazza di un Piemonte orgoglioso e taciturno, una qualche esemplare virtù da orgogliosamente mostrare al mondo, piuttosto perché la sua persona diventa il chiaro ed esplicito segno di come la libertà si distribuisca disegualmente, gli uni facendo i conti con responsabilità familiari, convenzioni sociali, ruoli aggioganti, gli altri misurando le proprie aspirazioni in avventure, fughe, giochi, azzardi.

Perfino l’amore, diventato per Teresa scelta di vita, non è più, da un certo punto in poi, puro abbandono al sentimento, diventa responsabilità, diventa legame, diventa obbligo etico, chiedendo molto più di quanto restituisca. L’Alba dove abitano i protagonisti, paese del faticoso quotidiano, restituita dal romanzo diventa così notturna e umorosa, odori che ristagnano nei cortili di misere case, umidi amorazzi consumati furtivamente nell’ombra acquosa delle rive del Tanaro, fiere di paese le cui giostre rugginose diventano unico rimedio nostalgico alla malinconia, in contrapposizione alla luce perenne di Albissola, l’azzurro a buon mercato della riviera ligure, i sogni colorati contrapposti alla realtà, il bianco e il nero, i due innamorati e i luoghi amati, odiati, desiderati che li caratterizzano.

La vicenda viene raccontata dall’Autrice con una scrittura scorrevole, ben attenta a tenere insieme la dimensione privata e quella storica senza appesantire la narrazione con un eccesso di ricostruzione d’epoca. Intuiamo, dietro la pagina scritta, quella densità tutta particolare, quei ricordi e quelle testimonianze, quelle esperienza di vita vissuta che si esprimono nella narrazione domestica che è patrimonio geloso d’ogni famiglia, l’immaginazione fornendo il collante che tiene unite le varie tessere d’un mosaico semplice e complesso insieme: a volte, lo sappiamo, pure qualche tassello mancante viene, con moderazione, sostituito da ciò che detta il buon senso e la conoscenza dei personaggi, diretta o mediata che sia.

Tuttavia è soprattutto la figura di Francesco a costituire un problema, il modo in cui  viene restituita, almeno per me: l’Autrice non ne occulta di certo i difetti, il coraggio convive con la superficialità, la vitalità con il vuoto, il ribellismo con una violenza che non può essere scambiata per semplice esuberanza; eppure, proprio mentre ne registra le contraddizioni, sembra talvolta, Varvello, vittima del fascino di un personaggio così – romanticamente – sfuggente alle regole e alle responsabilità, rischiando che la sua irregolarità acquisti una qualità eroica, che l’irresponsabilità diventi indubbio segno di libertà e che la capacità di sottrarsi alle conseguenze delle proprie azioni finisca per suscitare eccessiva, se non colpevole, indulgenza.

Il fascino del male, naturalmente, non è scoperta di Varvello e nemmeno della letteratura contemporanea. Tuttavia in questo caso sfugge del tutto all’Autrice quanto Francesco, oltre alle sue intime contraddizioni, porti in sé ben più d’una traccia dello spirito del tempo: quel fascismo delle origini ancora ribelle e anarchico, prima che Mussolini ne facesse docile strumento di governo, nel quale sopravviveva la trita retorica postromantica del maschio latino, casanova di paese, sprezzante delle convenzioni e convinto che la propria libertà non dovesse incontrare ostacoli. Avremmo preferito che l’Autrice – donna del tempo nostro – scoprisse il gioco, rivelasse quanto la sua presunta indipendenza nasconda una concezione assai tradizionale del privilegio maschile: l’uomo, il maschio, si proclama libero, mentre gli altri, le donne e gli uomini deboli – sono costretti a misurarsi con le conseguenze delle sue azioni.

La tenacia di Teresa, la sua modernità, non cancella le responsabilità di Francesco, né il sentimento che la lega a lui deve necessariamente trasformarsi in una giustificazione automatica, comoda e accomodante: suggerisce, la storia di Teresa, come la vitalità non sia necessariamente generosità, così come il coraggio non coincida sempre con la responsabilità. La sua figura, peraltro, non si esaurisce certo nella funzione di contrappeso a Francesco: il desiderio di studiare e di costruirsi un futuro, la capacità di resistere alle difficoltà e la distanza fra le proprie aspirazioni e ciò che le circostanze, la società, il tempo le consentono di realizzare restituiscono un ritratto di donna la cui esistenza non può e non deve essere misurata soltanto attraverso il rapporto con l’uomo che ama. È qui che la vicenda acquista risonanza più ampia, nella tensione continua e a volte frustrante fra ciò che una persona avrebbe voluto essere e ciò che il proprio tempo le permette di diventare. La guerra e il fascismo aggravano le fragilità individuali, ma non inventano da soli le disuguaglianze che attraversano la vita quotidiana; spesso si limitano a renderle più evidenti e più crudeli.

La vita sempre è dunque un buon romanzo, sostenuto da una materia umana autentica e dalla capacità di intrecciare la memoria privata con la Storia collettiva. Il risultato più convincente risiede esattamente nel ricostruire una vicenda familiare senza rinchiuderla nell’intimità dei ricordi; la sua possibile debolezza consiste invece nel non mantenere sempre la necessaria distanza critica da Francesco. È tuttavia Teresa, in definitiva, che dona a questa vicenda la sua misura più profonda: non perché vinca, né perché il suo sacrificio debba essere celebrato, ma perché attraverso di lei comprendiamo quanto sia diverso essere liberi e godere appieno della propria libertà quando questa non ricade sulle spalle di qualcun altro. E forse è proprio questo il lascito più interessante del romanzo: dietro il fascino dell’uomo che non risponde a nessuno, la vita di una donna che ha dovuto rispondere a tutti: una differenza che, allora come oggi, non ha proprio nulla di romantico.