
È difficile diffidare della bellezza. Soprattutto quando è così rigorosa, ostinata, così accurata da sembrare inevitabile. Ne I Turcs tal Friùl di Alessandro Serra basta poco perché ci si arrenda alla perfezione. Sul palco del Teatro Nuovo Giovanni da Udine tutto si compone e si scompone con una disciplina quasi pittorica.
C’era molta attesa per questa prima nazionale. La coproduzione di CSS – Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia e Teatri Stabil Furlan si inserisce nel progetto di Cinemazero per i cinquant’anni dal terremoto del ’76, rievocando la storica messinscena veneziana nata come atto di solidarietà civile verso le terre devastate dal sisma. Mezzo secolo dopo, il testo scritto da un Pier Paolo Pasolini appena ventiduenne torna in scena affidato a Serra, che ne firma interamente la visione: regia, scene, luci e costumi.
La maestria plastica è quella consueta, millimetrica. Attori e cantanti sono strabilianti per precisione e presenza; la disciplina dei corpi lascia intuire una ricerca lunga, minuziosa, quasi ossessiva. Dietro ogni gesto, ogni postura, ogni emissione vocale si sente il peso – e la cura – del lavoro.
Anche la lingua friulana, attraversata dalle partiture vocali di Bruno de Franceschi, supera presto la dimensione semantica e diventa litania, preghiera. Per chi quella lingua non la comprende fino in fondo è quasi un vantaggio: le parole smettono per un momento di dover significare e diventano suono, con una forza ipnotica che arriva prima del significato.

Ed è qui che qualcosa si inceppa. Davanti a uno spettacolo tanto bello e rigoroso succede che, poco a poco, si comincia a restarne fuori. La lentezza controllata, la geometria dei corpi, la solennità diffusa finiscono per costruire una barriera invisibile tra scena e platea. Si ammira, si ascolta, si riconosce la precisione di ogni gesto. Ma si aspetta anche che qualcosa, finalmente, rompa quella perfezione e venga a prenderci.
E non accade. È forse questo il cortocircuito mancato tra Serra e Pasolini. I Turcs tal Friùl è già un testo immobile, quasi eschileo, fatto di figure archetipiche, invocazioni, attese, grandi movimenti corali. L’azione sembra continuamente ritirarsi davanti alla parola. Serra non combatte questa immobilità: la accoglie, la esaspera, la rende rito. È una scelta coerente, radicale, portata avanti con chiarezza. Ma a forza di contemplare quella perfezione viene voglia di cercarvi una crepa.
Una crepa da cui possa magari entrare anche il presente. Perché nel 2026 quelle parole raccontano una comunità che aspetta la guerra. Madri che temono per i figli. Uomini chiamati a combattere. Una terra minacciata. Invasione, paura, morte. E mentre fuori dal teatro continuiamo a fare i conti con guerre che non hanno nulla di archeologico, è difficile non aspettarsi che, da qualche parte, passato e presente si tocchino.
Non serviva certo trasformare Pasolini in materia geopolitica, né disseminare la scena di riferimenti alla cronaca. Ma sarebbe bastato forse un attrito, uno scarto, qualcosa capace di farci dimenticare per un istante che quei Turchi appartengono al 1499 e farci sentire che quella paura, invece, ci appartiene ancora. È questo che sembra non riuscire a passare attraverso la bellezza dello spettacolo. La guerra rimane rito, memoria, immagine. Terribile, ma lontana.
E allora ciò che rende questo I Turcs tal Friùl così bello da guardare è forse anche ciò che lo tiene a distanza.
Restano il rigore monumentale della messinscena, la dedizione impressionante degli interpreti, la ricerca musicale e linguistica, la sensazione di trovarsi davanti a un lavoro costruito con una cura rara. Uscendo da I Turcs tal Friùl restano negli occhi immagini magnifiche, nelle orecchie la materia antica del friulano e l’ammirazione per chi quelle immagini le ha costruite e abitate.
Ma rimane anche la distanza. E forse è proprio una crepa ciò che si finisce per desiderare davanti a tanta perfezione: un punto fragile, un’imperfezione, un varco attraverso cui Pasolini possa smettere di appartenerci soltanto come memoria e tornare, improvvisamente, a riguardarci.














